Pochi giorni fa il presidente del Consiglio ha indicato come priorità per il 2010 una radicale riforma del sistema fiscale, che dovrebbe seguire le indicazioni contenute nel Libro Bianco del ministro Tremonti del 1994. Ha anche avanzato l’ipotesi, non presente nel Libro Bianco, ma proposta successivamente dalla coalizione di centrodestra nella campagna elettorale del 2001, e contenuta nella legge delega approvata dal parlamento nel 2003, del passaggio a due sole aliquote, 23 e 33 per cento, per l’Irpef. Nel nostro sistema fiscale, l'Irpef è l'imposta più importante non solo in termini di gettito, è quella infatti che ne garantisce il carattere progressivo. Nei giorni successivi è arrivato il dietrofront del presidente del Consiglio, motivato con lo stato dei conti pubblici. Può comunque essere utile fare di nuovo il punto sulla riproposizione dello schema a due aliquote: quanto costerebbe? Chi avvantaggerebbe?GLI EFFETTI REDISTRIBUTIVI Una riforma fiscale si può giudicare sotto molti profili; i principali sono le conseguenze sull’equità, sull’efficienza e sugli oneri di adempimento. In questa sede ci occupiamo solo del primo aspetto, cioè dell’impatto redistributivo del passaggio alle due aliquote. I costi di adempimento non sarebbero toccati da questa manovra. Una riforma di questo tipo potrebbe essere motivata proprio sulla base di argomentazioni di efficienza: stimolare la produzione di reddito da parte degli individui più “produttivi”, ridurre la convenienza dell’evasione. Gli studi disponibili mostrano però che sono soprattutto i lavoratori a basso reddito a essere sensibili all’aliquota marginale di imposta; se si volesse riformare l’Irpef per aumentare l’offerta di lavoro, non è quindi scontato che si dovrebbe iniziare dai redditi alti. Anche ragionando solo in termini di effetto redistributivo, occorre aggiungere che alla nostra analisi manca la valutazione delle conseguenze distributive della riduzione di spesa pubblica (o dell’aumento di altre imposte) che da questo taglio dell’Irpef quasi certamente conseguirebbe: certo si potrebbe trattare di spesa improduttiva, ma potrebbero anche essere coinvolti beni e servizi pubblici fruiti prioritariamente dai redditi medio-bassi. Per valutare l’accorpamento proposto è utile ricordare che dal 2007 l’Irpef è caratterizzata da cinque aliquote marginali legali erariali, che si applicano alla base imponibile dell’imposta, data dalla differenza tra il reddito complessivo e le deduzioni: la prima è già pari al 23 per cento, mentre l’ultima arriva al 43 per cento. Stando ai dati relativi al periodo d’imposta 2007, il 49,8 per cento dei contribuenti dichiara un reddito complessivo inferiore a 15mila euro, e sconta quindi solo l’aliquota del 23 per cento. I contribuenti che dichiarano redditi superiori a 75mila euro, soglia a partire dalla quale si applica il 43 per cento, costituiscono solo l’1,9 per cento del totale. Tabella 1: La distribuzione dei contribuenti Irpef per fasce di reddito complessivo – Anno 2007 Fasce di reddito complessivo Irpef (euro) Numero di contribuenti Composizione dei contribuenti da zero a 15.000 20.306.020 49,8 da 15.000 a 29.000 14.406.178 35,3 da 29.000 a 55.000 4.576.818 11,2 da 55.000 a 75.000 709.471 1,7 oltre 75.000 762.106 1,9 Totale 40.760.593 100,0 Fonte: Ministero dell'Economia e delle Finanze, 2009. Come cambierebbe la nuova Irpef? Le dichiarazioni del presidente Berlusconi si limitano a ipotizzare un passaggio a due scaglioni: fino a 100mila euro il reddito sarebbe sottoposto all’aliquota del 23 per cento, oltre quella cifra al 33 per cento. In mancanza di ulteriori dettagli, ci chiediamo qui quanto costerebbe e quali effetti distributivi avrebbe il solo cambiamento delle aliquote e degli scaglioni, a parità di ogni altro elemento costitutivo dell’attuale Irpef (deduzioni, detrazioni e addizionali regionali e comunali). Sappiamo bene che un’eventuale nuova Irpef non avrebbe necessariamente queste caratteristiche, ma al momento attuale è difficile fare altre ipotesi. Senza pretese di originalità, siamo interessati solo a fare il punto, per così dire a futura memoria. I risultati che seguono sono ottenuti utilizzando un modello di microsimulazione fiscale che ha come base di dati l’Indagine della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie italiane riferita all’anno 2006. Il modello approssima bene le distribuzioni dei redditi e delle imposte pagate dai contribuenti se confrontate con le statistiche ufficiali rese note dal ministero dell’Economia e delle Finanze. Pertanto, le elaborazioni sono condotte stimando solo l’impatto sui redditi effettivamente dichiarati al Fisco. Il periodo d’imposta considerato è il 2007, primo anno di applicazione dell’attuale struttura dell’Irpef. Il costo complessivo della riforma analizzata è stimabile in 24 miliardi di euro, pari a circa l’1,5 per cento del Pil. Il grafico 1 mette in luce l’andamento dell’aliquota media (il rapporto tra imposta netta e reddito complessivo), rispetto agli attuali scaglioni, nella situazione odierna (linea rossa) e secondo l’ipotesi di Berlusconi (linea blu). Quest’ultima consentirebbe una riduzione dell’aliquota media per tutti i contribuenti, fatta eccezione per quelli con reddito complessivo minore di 15mila euro, che però rappresentano la metà dei contribuenti. La distanza tra la linea rossa e la linea blu cresce rispetto al reddito: più aumenta il reddito, maggiore è lo sconto fiscale. È evidente il forte calo della progressività dell’imposta. La tabella 2 mostra, per classi di reddito complessivo, quanti contribuenti otterrebbero un beneficio dalla riforma e l’ammontare medio del risparmio (calcolato sui soli contribuenti beneficiari). Tutti i contribuenti con reddito complessivo inferiore a 15mila euro non sarebbero interessati dalla riforma, mentre otterrebbero un risparmio quasi tutti quelli con reddito complessivo superiore, proprio perché oggi scontano una aliquota marginale superiore al 23 per cento. Il guadagno medio, sia in valore assoluto sia rispetto al reddito complessivo, sarebbe fortemente crescente all’aumentare del reddito.
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